giovedì 16 agosto 2018

Al Ritmo delle Stagioni - Un Anno di Vita in Montagna


Appena mi sono accorto di questo libro non potevo non acquistarlo e leggerlo tutto di un fiato. Del resto per uno appassionato di montagna come il sottoscritto non si poteva che essere curiosi di un titolo così, un pensiero che ogni tanto mi passa per la testa e chissà a quanti di voi lettori di SpaziVerticali. Questa è la storia di due trentenni, Alessia e Tommaso, che stanchi della città hanno scelto di percorrere una strada alternativa, un esperienza di vita a contatto con la natura per cercare la felicità al ritmo delle stagioni appunto.
Voglio parlare e descrivere di questo libro e della loro avventura proponendovi direttamente quanto hanno scritto nel loro sito/blog su questo progetto di vita da cui è nato in seguito questa storia scritta.
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“Non siamo asceti né eremiti, non siamo misantropi né asociali (tutt’altro!), siamo semplicemente due comuni trentenni che, stanchi come tanti nostri coetanei di subire le sevizie di un’esistenza disumana, violentata da regole e ritmi che riteniamo senza senso, hanno deciso di prendere in mano le proprie vite per ricondurle su binari più vicini a bisogni reali e aspirazioni personali.
Questi binari ci hanno portato lontano dal grigiore della città, dalle luci al neon e dalle vetrine dei centri commerciali, fino al remoto capolinea di una piccola borgata alpina, ultimo avamposto abitato, a 1400 metri di quota, di una splendida vallata che ancora conserva buona parte della sua bellezza primordiale e selvaggia. In questo contesto, finalmente liberi da uno stile di vita preconfezionato incentrato sul lavoro e sul consumo di merci, abbiamo iniziato a sperimentare una quotidianità a stretto contatto con la natura, riscoprendone i ritmi e le leggi immutabili: il giorno e la notte, il bello e il cattivo tempo, il ciclo della vita, l’alternarsi delle stagioni.
Così facendo, abbiamo trovato finalmente modo e tempo di nutrire le nostre passioni e di scoprirne di nuove: la coltivazione di un orto, la contemplazione della natura in tutte le sue manifestazioni, lo studio e l’osservazione degli animali selvatici, la raccolta della legna, la ricerca di frutti, funghi ed erbe selvatiche, l’approccio a lavori manuali e di artigianato, la pratica di attività creative e artistiche, la produzione di cibo fatto in casa, la fruizione di prodotti culturali non relegata a semplice passatempo. Attività fino a poco tempo fa soltanto sognate o vissute in modo marginale e insoddisfacente come brevi fughe da esistenze e contesti alieni.
Senza saperlo ci siamo avvicinati in punta di piedi a correnti di pensiero molto attuali e tipiche della controcultura degli ultimi anni, come la decrescita volontaria, l’autoproduzione, la ricerca della frugalità. Lo abbiamo fatto muovendoci in modo indipendente, riconoscendoci cioè in certe filosofie di vita solo dopo aver sviluppato noi stessi precise opinioni e punti di vista. Per esempio, abbiamo appreso la base teorica della decrescita soltanto dopo averla immaginata noi stessi. Questo ci ha dato coraggio, la consapevolezza di non esserci fatti convincere da altri, di non aver “abboccato” a nessuna ideologia. Anche per questo, ma soprattutto perché non ci sentiremmo mai in grado di farlo, non vogliamo dare consigli o convincere nessuno a seguire le nostre orme intraprendendo percorsi di vita simili al nostro.
Questo progetto nasce piuttosto dalla volontà di raccontare la bellezza della natura e di condividere la nostra esperienza, anche in riposta a un evidente interesse espresso da amici, conoscenti e perfetti sconosciuti che in modo diretto o attraverso i social network sono venuti in contatto con noi e con la nostra storia. Una storia che non si avvicina in nessun modo a un idillio, che non ci ha portati neanche lontanamente a condurre un’esistenza priva di difficoltà materiali e turbamenti interiori ma che tuttavia sembra presentare spunti di riflessione e stimoli positivi. E di impulsi positivi, in un mondo dominato da paure, ansie, sofferenza e negatività, dove la quasi totalità della comunicazione è urla, minacce, insulti e lamenti, riteniamo esserci un grande bisogno.”
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Se anche voi siete curiosi di conoscere tanti aneddoti di vita grazie a questa loro esperienza non vi resta che acquistare questo libro e magari esplorando insieme anche il blog nel quale è possibile scoprire come sta proseguendo ora la loro avventura.


http://www.alritmodellestagioni.it/

mercoledì 11 luglio 2018

Vi racconto la favola de “La Valle Incantata”


C’era una volta una valle incantata…almeno così dovrei iniziare se stessi raccontando una favola ma in realtà non è così…perché la valle in questione non è una finzione ma è una realtà.
Vi parlerò oggi di un luogo affascinante e semisconosciuto della Provincia di Trento, la Valle dei Mòcheni detta appunto La Valle Incantata e scopriremo poi il perché.
La Valle dei Mòcheni, Bersntol in lingua locale, è una Valle distante solamente 20 km dalla città di Trento, quindi a poco più di mezz’ora di auto, tuttavia appena si entra in questo territorio ci si sente in un luogo diverso dalla maggior parte delle altre vallate trentine.
Siamo ai margini occidentali del gruppo del Lagorai, e quindi in territori selvaggi per definizione.
La caratteristica di questa valle e quindi anche la sua fortuna è stata quella di rimanere fuori dallo sviluppo turistico di massa avvenuto nel corso del novecento nelle Alpi e soprattutto nelle Dolomiti; in questo modo questo luogo ha mantenuto intatto il suo fascino, conservando una dimensione autentica, intima e profonda.
Un luogo appartato che si scopre solamente esplorandolo pian piano attraverso i suoi borghi, le sue malghe e masi in quota, i suoi sentieri ma soprattutto attraverso le sue genti.
Un miscuglio di persone, culture, tradizioni, ambienti naturali, architetture, unite da una lingua locale di origine tedesca (il mòcheno appunto), un dialetto di origine tedesca, che rende la Valle un unicum nel panorama alpino. Qui il dialetto locale appare in realtà differenziato a seconda della borgata e addirittura della famiglia di appartenenza. La lingua mòchena è parlata assieme a quella italiana da tutti gli abitanti della valle e anche la toponomastica riflette questo mix di lingue: troviamo così che la sponda sinistra dove vive maggiormente la comunità mòchena si coglie l’origine tedescofona della scrittura mentre nella sponda destra è di origine romanza.
Nel libro Le Alpi segrete di Marco Albino Ferrari, uscito qualche anno, fa veniva descritta questa valle proprio con queste caratteristiche, e la faceva entrare di diritto nel novero delle Alpi Segrete d’Italia.
Le sue caratteristiche geografiche, la mancanza di sbocchi (ci devi arrivare li per forza non essendo lungo direttrici di grande traffico), la mancanza di infrastrutture di risalita e/o di attrazioni particolari quali laghi o cascate, e infine l’assenza di un grosso centro urbano con attività commerciali hanno influito molto sul tipo di fruizione di questi luoghi.
La Valle profondamente incisa dal torrente Férsina presenta su entrambi i versanti una serie di piccoli nuclei abitati, paesi e frazioni collegate rispettivamente da due strade che alla testata della valle si uniscono attraversando il torrente in corrispondenza del paese più alto quello di Palù del Fersina (il più caratteristico in valle).
L'abitato di Palù del Fèrsina alla testata della valle
Tutti i borghi della valle furono stabilmente abitati solamente dal 1200 quando arrivarono in zona i primi coloni provenienti dalla Baviera e dal Tirolo i quali presero in affitto dei terreni di proprietà del Principe Vescovo per sfruttare i boschi e i prati, attorno ai quali sorsero i primi Masi destinati al lavoro agricolo e all’allevamento. Da qui ebbero origine le prime comunità di persone dove tutto ruotava attorno al Maso, che garantiva una indipendenza economica tale per cui la stessa popolazione non aveva motivo di interagire con il mondo esterno. Ecco allora che la lingua locale tedesca riuscì a sopravvivere fino ai giorni nostri assieme agli usi e costumi locali.
Alcuni masi sparsi nei pendii della valle
La Valle fu in passato oggetto di sfruttamento minerario, avvenuto dopo la scoperta di numerosi giacimenti di rame, ferro e argento attorno al 1400-1500; da quel momento divenne la fonte di reddito principale. L’apertura delle miniere attirò numerosi lavoratori tedeschi e boemi specializzati in questo settore, i quali però non integrarono mai con la popolazione locale. 
La miniera visitabile di Palù
Quando poi le miniere si esaurirono e l’attività mineraria cessò nel secolo scorso, le attività agricole e di allevamento rimasero le uniche fonti di reddito. Per un certo periodo si affacciò anche un'altra forma di sviluppo legato alle terme grazie alla tipologia di territorio e sorsero così degli stabilimenti presso il centro di Sant’Orsola Terme, ma tale attività non durò a lungo e ben presto anche questo tipo di attività cessò prematuramente.
Oggi una nuova cultura montana assieme alla consapevolezza di una ricchezza unica che ha la valle ha permesso alla gente del posto di affacciarsi timidamente ad uno sviluppo turistico non invasivo, per portare il visitatore ad una vacanza esperienziale unica.
L’accoglienza oggi è fatta di piccole strutture come Bed end Breakfast, Agritur, Masi e Baite dove è possibile alloggiare, entrando a contatto con l’architettura tipica del posto e assaporando le prelibatezze naturali grazie ad un offerta gastronomica di tutto rispetto.
Il bellissimo B&B Gian ricavato su un antico Maso del 1700 al centro della valle
La Valle è ormai da molti anni particolarmente votata alla coltivazione di piccoli frutti (fragole, ribes, lamponi, more) che l’ha resa famosa in tutta Italia con le sue confetture Sant’Orsola.
Qui come in poche altri luoghi alpini, la memoria storica degli usi e costumi è considerata un patrimonio fondamentale ed è per questo che sono presenti numerosi siti museali come quello degli attrezzi agricoli e artigiani di Canezza, quello di Pietra Viva, il Museo del Maso (Filzerhof), la segheria Veneziana, il sito minerario visitabile di Palù, il sito archeologico Acqua Fredda, e l’Istituto Culturale Mòcheno di Palù.
Quest’ultimo, grazie alla Legge n.482 del 1999 nata per la tutela delle minoranze linguistiche storiche, si è potuto beneficiare di ampi finanziamenti grazie ai quali si è potuto portare a frutto numerose iniziative culturali non solo per la popolazione mòchena ma anche per altre minoranze linguistiche alpine come il walser, i ladini, i cimbri o i friulani.
Un locale del Museo di Pietra Viva
Anche l’offerta sportiva non manca, in particolare quella legata all’escursionismo, grazie ad una fitta rete di sentieri che dal fondo valle permettono di collegare Malghe, Rifugi, Baite fino alle creste delle Cime circostanti. Pur non vantando montagne di grande richiamo alpinistico, fanno da cornice alla valle cime panoramiche e di grande soddisfazione anche per ciaspolatori e sci-alpinisti come il Monte Gronlait (2384m il più alto in zona), il Fravort, il Doss de Costalta o il Monte Ruioch.
Vista dalla cima del Monte Gronlait
Ma torniamo al termine Valle Incantata, termine a cui è associato alla Valle dei Mòcheni; beh sicuramente incantata perché colpisce il visitatore che si fa ammaliare dalle peculiarità sopra descritte e poi perché in questi ultimi anni, grazie al fatto che in tutta la valle esistono leggende e storie di streghe, maghi e folletti. Sono stati ideati così percorsi tematici incentrati su queste storie, catturando la curiosità soprattutto dei bambini, motivo per il quale è diventata meta ideale di vacanza per famiglie ma non solo, anche per amanti del silenzio e della natura, lontano dal caos del traffico provocato dal turismo di massa che assilla ormai molte valli dolomitiche famose.
Sentiero tematico della valle incantata
Esiste anche un tradizionale carnevale mòcheno a Palù del Fersina con maschere, simboli e gestualità tramandati da generazione in generazione e che non hanno nulla a che vedere con gli altri carnevali alpini.
il carnevale di Palù
Concludendo possiamo dire che questa valle definita molto spesso un “isola” linguistica appare in realtà come un “oasi” linguistica, culturale, ambientale che vale la pena di scoprire ma lentamente, in punta di piedi, come la stessa sua gente rappresenta.

sabato 24 marzo 2018

Lo Scialpinismo: l'approccio più libero ed ecologico per vivere la montagna invernale

Quanti differenti tipi di attività outdoor possiamo praticare in montagna? Una infinità sosterranno i più appassionati e poliedrici sportivi alpini. E se questo è vero in estate lo è al pari anche in inverno, anche se le condizioni appaiono difficili per neve, freddo e ghiaccio sono comunque terreno ideale per i frequentatori delle attività sulla neve. Prima per popolarità c'è lo sci su pista; sport sicuro in quanto si sviluppa su terreno controllato e privo di rischi oggettivi specifici dell'ambiente.
Uno sport tuttavia costoso e a forte impatto sull'ambiente, ancora purtroppo spesso considerato dagli investitori e amministratori come unica fonte di reddito sicura per la montagna. Poi abbiamo sport di fatica come lo sci nordico ancora molto popolare in numerose zone alpine e appenniniche, l'escursionismo con racchette da neve, che negli ultimi anni ha avuto una diffusione enorme e ha conquistato i neofiti delle uscite invernali oppure per i fanatici dell'arrampicata anche nella stagione fredda ci sono le salite su cascate di ghiaccio.
Ma esiste un altra attività su neve, forse la più antica tra tutte e di sicuro la più completa dal punto di vista atletico-sportivo-alpinistico: lo scialpinismo.
E' forse la pratica più antica in assoluto che resiste nel tempo e nello spazio, e che negli ultimi anni ha avuto una vera e propria crescita esponenziale.

Dati statistici delle diverse discipline invernali
La data di nascita ufficiale di questo sport è il 1880, anno in cui l'alpinista britannico Cecil Slingsby valica con gli sci il Keiser Pass in Norvegia; è poi la volta di traversate e scalate fatte da tedeschi, francesi e svizzeri che salgono il Monte Rosa, il Bianco, il Chardonnet, il Gran Combin, ecc.
Aldo Bonaccossa è il nostro primo sciatore alpinista che nel 1917 sale sull'Aiguille du Midi a 3842 metri. Ma è dopo la Prima Guerra Mondiale che questo sport comincia a prendere veramente piede in Europa e con la nascita dei diversi Club Alpini, gli appassionati di questo sport passano a dedicarsi a imprese sempre più difficili e complesse.
Il Conte Bianco (Aldo Bonaccossa) dagli archivi del CAI
Cosa ha di particolare lo scialpinismo rispetto alle altre pratiche sopra descritte?
Intanto bisogna dire che dedicarsi allo sci alpinismo è una scelta di vita, cosa che invece non è lo sci da discesa o lo sci di fondo. E se è più che vero che queste due discipline sono stimolanti e stupende, è altrettanto vero che possono essere praticate anche da gente non veramente appassionata, da gente che pensa che si può fare a meno di sciare o fare fondo.
Questo è inconcepibile invece in uno sport come lo scialpinismo che coinvolge completamente chiunque decida di intraprenderlo e continui a praticarlo. Viene definito una scelta di vita, perché in primo luogo è un pensiero continuo (prima e dopo la gita), ci si pensa, si studia la traccia, si discute con i compagni di gita, si leggono i bollettini meteo-valanghe, si progettano gite in alternativa aspettando il giorno o meglio la notte fonda o l'alba della gita vera e propria. Per poi tornare in città e ripensarci per un'intera settimana progettando nuove escursioni.
Una scelta di vita perché chi fa scialpinismo è, nella maggior parte dei casi, assolutamente nauseato da code, skilift, funivie, ovovie, piste super affollate, rumori, code e comodità "innaturali".
Difficilmente lo si rivedrà su un circuito normale di sci.
Una scelta di vita perché quel rapporto duro e faticoso con la natura e con se stessi sicuramente cambia e migliora il soggetto. Quel silenzio, quegli scenari stupendi, quelle discese infinite e infinitamente bianche sono un qualcosa che non può non portare alla meditazione, ad approfondire determinati pensieri. Una scelta di vita perché ti insegna a sostenere e mantenere dei rapporti con gli altri in situazioni disagevoli. Rapporti che si cementano proprio per questo motivo e che possono durare degli anni.
Una scelta di vita perché si ha il coraggio e la voglia di misurarsi entrando in diretto contatto con le proprie possibilità e i propri limiti.
E' uno sport completo sia dal punto di vista fisico che psicologico. Per poterlo praticare non è necessario una preparazione sciistica agonistica, bisogna però sapere sciare in modo discreto su qualsiasi tipo di neve. 

Importante quindi un buon allenamento alle salite e una preparazione adeguata nel valutare il manto nevoso, le condizioni meteo e valutare quindi i rischi oggettivi che questa pratica porta con se....in particolare il rischio valanghe. A tutto questo si deve aggiungere un adeguata attrezzatura che è molto più tecnica e costosa rispetto agli altri sport invernale (sci, attacchi, rampant, pelli di foca, scarponi specifici) unita a materiale di autosoccorso in caso di valanga quale il rilevatore Artva con Pala e sonda per ricerca sul campo e se si tratta di una salita su pendenze sostenute anche ramponi e picozza non guastano.
Sci specifici e ulteriori accessori come corde e picozze

Il fondamentale momento di rimozione delle pelli

Kit di autosoccorso per valanghe
Valanga di versante, superficiale e a lastroni
Bollettino valanghe di Arpav
E' pertanto molto importante prepararsi al meglio attraverso lezioni teoriche e pratiche promosse da associazioni e guide alpine o ancora meglio dalle scuole di alpinismo del CAI.
Se vi è venuta la curiosità e la voglia di provare questa affascinante e unica attività outdoor non resta che provare sul campo con persone esperte. Esistono in tutte le Alpi tantissimi itinerari sicuri per iniziare e dalla mie parti nelle Alpi del Nord-Est ci sono bellissimi e appaganti escursioni che portano a facili e panoramiche cime. 

Ve ne elenco alcune delle più note e frequentate:
- Asiago: Cima Mandriolo, Portule e Cima Larici
- Folgaria: Monte Cornetto
- Lagorai Occ.: Monte Fravort
- Lagorai Orient.: Cima Socede
- Alpago: Monte Guslon
- Passo Staulanza: Col de Puina
- Cortina d'Ampezzo: Nuvolau
- Passo Giau: Cima Mondeval e Lastoi di Formin
- Zoppè di Cadore: Monte Punta
- Marmolada: Punta Rocca
- Nevegal: Col Faverghera

Salita a Punta Rocca (Marmolada)


giovedì 8 marzo 2018

"La Manutenzione dei sensi" di Franco Faggiani

Fresco di stampa e subito è entrato a buon diritto nella mia libreria.
Non potevo resistere alla tentazione di un libro con un mix di 3 importanti elementi: titolo intrigante, immagine di copertina che affascina e una interessante trama tutta da approfondire.
Un nuovo romanzo con sfondo e co-protagonista la Montagna.
Una storia raccontata dal suo autore Franco Faggiani, non alle prime armi ovviamente, ma che in questo libro mette in risalto la sua sapiente capacità di raccontare in modo fluido un racconto che sembra reale e che da una carica di forza ed umanità ai propri personaggi, a mio avviso dal sapore autobiografico. Ne esce un coinvolgente romanzo sul cambiamento, la paternità, la giovinezza, in cui un padre e un figlio ritroveranno la loro dimensione più vera a contatto con la natura, in mezzo ai boschi e ai prati d’alta quota delle Alpi piemontesi, riappropriandosi di valori irrinunciabili come la semplicità e la bellezza.

Se il protagonista ufficiale del romanzo è Leonardo, assieme a Martino e a Nina (Ninetta, la figlia legittima che però vive a Boston), l'altro è senza dubbio la montagna.

Invito tutti gli amanti del genere di leggerlo e sono convinto che sarà una delle rivelazioni editoriali di questo 2018.

TRAMA – A un incrocio tra casualità e destino si incontrano Leonardo Guerrieri, vedovo cinquantenne, un passato brillante e un futuro alla deriva, e Martino Rochard, un ragazzino taciturno che affronta in solitudine le proprie instabilità. Leonardo e Martino hanno origini ed età diverse, ma lo stesso carattere appartato. Il ragazzo, in affido temporaneo, non chiede, non pretende, non racconta: se ne sta per i fatti suoi e non disturba mai. Alle medie, però, a Martino, ormai adolescente, viene diagnosticata la sindrome di Asperger. Per allontanarsi dalle sabbie mobili dell’apatia che sta per risucchiare entrambi, Guerrieri decide di lasciare Milano e traslocare in una grande casa, lontana e isolata, in mezzo ai boschi e ai prati d’alta quota, nelle Alpi piemontesi. Sarà proprio nel silenzio della montagna, osservando le nuvole in cielo e portando al pascolo gli animali, che il ragazzo troverà se stesso e il padre una nuova serenità. A contatto con le cose semplici e le persone genuine, anche grazie all’amicizia con il burbero Augusto, un anziano montanaro di antica saggezza, padre e figlio si riscopriranno più vivi, coltivando con forza le rispettive passioni e inclinazioni.

«Sì, ha quasi otto anni. Un bellissimo bambino, con un carattere che giudicheresti subito perfetto. Parla pochissimo, si fa sempre i fatti suoi, non ama le smancerie, è adattabile, non si lamenta mai, dove lo metti sta. Ha l’aria smarrita di un sognatore… il tuo ritratto spiccicato».

L'Autore Franco Faggiani:
ha lavorato come reporter in varie zone del mondo, è appassionato di montagna e di fotografia, pratica sci di fondo e arrampicate, ha alle spalle una variegata produzione letteraria che annovera anche manuali e saggi frutto delle sue imprese. Dopo aver scritto di economia, sport, vino, equitazione e dopo aver raccontato le avventure del comandante Colleoni e della sua squadra di Forestali, affronta in questo delicato romanzo una dimensione più familiare, toccando temi emotivamente difficili: il lutto, la Sindrome di Asperger, le difficoltà lavorative, le responsabilità genitoriali, ma senza appesantirli con drammaticità spicciola o patetismi.

martedì 23 gennaio 2018

Del sublime, delle Dolomiti....e di altre montagne

Lo Schiara - foto di Ottorino Mazzucco


Quando noi partiamo per un viaggio siamo già di per se stessi predisposti all’entusiasmo per la meta che stiamo raggiungendo, rapiti da un senso di curiosità e di scoperta di nuovi luoghi diversi dal nostro vivere quotidiano. La felicità che ci accompagna sfocia molto spesso nello stupore quando davanti ai nostri occhi si celano quei luoghi tanto sognati magari visti solo in cartolina, in qualche depliants o in alcuni siti web di settore.
Magari in qualche modo siamo già preparati a quel che ci aspetta, e succede pure che talvolta ci si trovi davanti a situazioni e scenari che risultano sotto le nostre aspettative, proprio perché illusi da quelle immagini che ci avevano spinto a scegliere questa piuttosto di quell’altra meta, rivelata nella realtà dei fatti diversa da come ce l’ aspettavamo.
L’arte di viaggiare, perché è di questo ora che stiamo parlando, pone una serie di interrogativi non banali primo fra tutti quello concernente la relazione tra l’aspetto del viaggio e la sua realtà.  
Se è normale che esista una differenza tra le nostre aspettative su un luogo e quello che può verificarsi una volta che lo abbiamo raggiunto, è altrettanto vero che in taluni casi non solo siamo meravigliati davanti a paesaggi e scenari che mai prima d’ora avevamo visto ma addirittura siamo pervasi da una eccitazione ed uno stupore straordinario tale da lasciarci come si dice “a bocca aperta”.
Esistono luoghi che suscitano in noi emozioni tali che si lasciano descrivere con un’unica parola in grado di condensare tutta l’energia e tutti gli aggettivi superlativi che ci potrebbero venire in mente.
Che si tratti di una spiaggia con acque turchesi, di una cattedrale di straordinario valore architettonico, di un tramonto su un cielo limpido, di una cascata che scende impetuosa da una gola oppure di una vetta alpina ricoperta di ghiacci, spesso le sensazioni che proviamo vengono descritte con lunghe verbalizzazioni.
Provate ora a salire una cima dolomitica, magari arrivandoci verso il calar del sole e seduti così su una roccia ammirate le pareti che vi stanno attorno e che lentamente iniziano ad assumere una serie di tonalità di colori che vanno dal caldo rosso fuoco fino ai colori più freddi poco prima che il sole abbandoni del tutto il giorno. A questo punto saremo sopraffatti dal fascino di quel paesaggio e da quella sensazione che va sotto il nome di senso del sublime.
Il Viandante sul mare di nebbia
Ecco il fascino del sublime, aggettivo che meglio di tutti descrive un paesaggio, un luogo, uno scenario di straordinario incanto che lascia attoniti, quasi uno stato di stordimento piacevole ovviamente e un senso di soggezione che può addirittura sfumare in un desiderio di adorazione.
Se esistono luoghi tali da provocare il senso del sublime questi sono proprio le Dolomiti, montagne uniche nel loro genere la cui bellezza e l’elevato valore paesaggistico le hanno permesso di entrare a buon diritto nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Furono proprio i primi viaggiatori ed esploratori pionieri di queste terre, arrivati nell’ottocento, soprattutto inglesi e tedeschi, che descrivendo nei loro diari di viaggio le valli e le montagne che si elevavano davanti ai loro occhi, a far uso di questo aggettivo.
Fu infatti agli inizi dell’Ottocento che venne in auge una parola capace di qualificare in maniera puntuale ed esaustiva la reazione emotiva che si prova al cospetto di precipizi, ghiacciai, firmamenti notturni, deserti di pietra, cascate e torrenti impetuosi. Dinanzi a simili spettacoli, infatti, tutti saremmo stati probabilmente colti dal senso del sublime, e grazie a tale espressione ci saremmo potuti far comprendere quando in seguito avessimo riferito la nostra esperienza.
Il termine traeva origine da un trattato del II secolo d.C. intitolato Del sublime e attribuito all’autore greco Longino. Nessuno se ne occupò molto fino a quando, nel 1712, una ritraduzione in lingua inglese riaccese la scintilla dell’interesse dei critici che, a prescindere dalle differenze di approccio analitico, si trovarono stranamente d’accordo nel raggruppare all’interno della medesima categoria descrittiva una varietà di paesaggi altrimenti dissonanti e questo in virtù di elementi quali l’estensione, il senso di vuoto o di pericolo evocato e il particolare sentimento che suscitavano piacevolmente e moralmente buono al contempo. Il valore di un paesaggio non era dunque determinato più solo da criteri estetici formali (l’armonia cromatica o la proporzione geometrica) o da considerazioni di ordine pratico ed economico, bensì dalla capacità dei luoghi di indirizzare la mente verso il sublime. Negli anni viaggiatori, esploratori e poeti proprio in occasione dei loro viaggi in zone sconosciute annotavano nei loro diari quel sentimento provato alla vista di determinati elementi della natura. Ed è grazie a loro e a quella parola magica evocata che molti altri successivamente partirono alla ricerca di quel piacere sublime appunto (passaggio tratto dal libro “L’Arte di Viaggiare” di Alain de Botton) .
Il sublime di Vincenzo Rizzo
Eugenio Fasana - Dente del Gigante
Da allora viaggiatori, turisti, studiosi, fotografi, filosofi di ogni parte del globo hanno iniziato ad arrivare nelle terre dolomitiche alimentando quella che è oggi una fiorente industria turistica. Quel senso del sublime che in anni più recenti ha convinto gli organismi internazionali a dichiarare i Monti Pallidi sito Unesco.
La nuova sfida ora sarà quella di garantire nel tempo quel sublime fascino Dolomitico, resistendo agli attacchi e alla pressione turistica, e garantendo, nel contempo un elevata qualità di vita per la popolazione locale attraverso forme di tutela e valorizzazione dei territori montani.
Finché le Dolomiti eserciteranno il senso del sublime in noi ci saranno ancora viaggiatori, artisti, fotografi e appassionati che andranno in queste montagne alla ricerca di forme esperienziali che pochi altri luoghi sanno regalare.
Cascata in Val d'Aupa - Friuli

lunedì 18 dicembre 2017

La grotta segreta: Landre Scur nelle Dolomiti Friulane


Il Landre Scur (tradotto dal dialetto locale "grotta scura, buia") è forse la più famosa grotta della Valcellina, famosa ed altrettanto sconosciuta, vista solamente dai pochi possessori delle informazioni utili per trovare l'ingresso. Si trova all' interno del greto di un piccolo torrente di montagna, localizzato fra Casera Casavento e il Bosco del Pradut, in Val de Crode, sul versante settentrionale del massiccio del Monte Ressetùm a 1113 metri di quota. 
Siamo all'interno del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane, entro i confini amministrativi del Comune di Claut.
Arrivarci non è per niente facile, o si sa dove andare o si rischia di vagare a vuoto tutto il giorno. L'esterno della grotta è caratterizzato da una gigantesca volta di roccia alta diverse decine di metri, aperta e spettacolare, all'estremità opposta si trova l'ingresso della Grotta del Landre Scur. L'imboccatura, cha va restringendosi verso l'interno, è un piccolo cunicolo lungo 40 metri, spesso invaso dall' acqua di fusione di primavera, che attraversato accucciandosi, porta alla prima grande cavità, caratterizzata da molta sabbia finissima. Dopodiché la grotta prosegue con una complessa rete di cunicoli, pozzi e camini all'interno del massiccio calcareo del Monte Ressetùm per circa 4 km, con andamento prevalentemente orizzontale ed è esperienza riservata agli speleologi.
Sveliamo ora le indicazioni per arrivare a questa meraviglia della natura...ma mi raccomando...non ditelo troppo in giro ;).

Scheda escursione di accesso alla grotta:
Località/Quota Arrivo:Landre Scur m.1113
Località/Quota Partenza: Parcheggio Lesis “Claut” m. 650
Dislivello in salita:m.650 circa
Cartografia: Tabacco 21
Sentieri CAI:982 960A  

P.S.il nuovo sentiero 982 da Pian de Crode è molto ben tracciato, fare attenzione ad effettuare il percorso ad anello come da mappa, un tratto del percorso dopo il Landre è molto ripido ed esposto ed è presente una corda di sicurezza, da evitare in caso di terreno bagnato o ghiacciato.


Mappa della zona




giovedì 9 novembre 2017

Le Ultime Valli: Dordolla, il borgo che rinasce

Se escludiamo poche località montane dove il turismo, l’economia e il benessere ha fatto dimenticare la povertà e la vita semplice dei borghi di montagna di un tempo passato, la maggior parte dei territori alpini vivono da anni il fenomeno dello spopolamento, soprattutto in quei territori marginali e lontani dalle aree metropolitane di pianura o comunque dove non esistono montagne di forte richiamo mediatico.
Località come Madonna di Campiglio, Cortina d’Ampezzo, Ortisei o Courmayer non sono di sicuro luoghi depressi anzi, assieme a regioni intere come il Trentino Alto-Adige e gran parte delle Dolomiti, richiamano milioni di turisti e l’indotto prodotto da questo tipo di industria è fonte di ricchezza anche per la popolazione locale.
Accanto a questi luoghi ci sono però tante zone marginali, spesso dimenticate, spesso abbandonate a loro stesse, dove le attività lavorative sono emigrate lentamente assieme alla loro gente verso le pianure limitrofe. L’abbandono ha portato con se inevitabili conseguenze, come la mancanza di investimenti dedicati ai servizi basilari, sanità, scuole, strade, manutenzioni, sicurezza del territorio.
Qualcosa per fortuna sta cambiando, grazie a piccole realtà che cercano di resistere all’abbandono e dove la parola d’ordine è Resilienza.
Nel cuore del Friuli, a ridosso della Carnia, sta facendo parlare di se il piccolo borgo di Dordolla, frazione del già piccolo comune di Moggio Udinese, al confine con la selvaggia Riserva Naturale della Val d’Aupa, istituita poco più di 10 anni fa.
Questa piccola comunità di poco più di 50 anime sta cercando un nuovo modello possibile di sviluppo, una esperienza quasi utopica tra decrescita e resilienza, arte e agricoltura sostenibile ed infine turismo lento e ispirazionale.
Sono questi gli ingredienti su cui alcuni virtuosi abitanti cercano di scommettere per garantire un futuro alla gente del posto e far si magari che si possa addirittura tentare la strada del ripopolamento e di un economia più forte.