giovedì 22 dicembre 2016

Le Alpi tra passato, presente e futuro

Le Alpi rappresentano sicuramente uno degli angoli più selvaggi e suggestivi del nostro continente ma rappresentano altresì la catena montuosa più sfruttata e popolata del Mondo.
In queste montagne convivono da sempre diversità culturali e linguistiche, zone fortemente urbanizzate e tecnologiche e zone abbandonate e spopolate, zone dove la pressione turistica è fin troppo eccessiva e zone dove ancora questo processo deve essere sviluppato.
L’arco alpino è fin dai tempi più remoti mito prima e realtà di un grande spazio turistico e di vita poi.
Le montagna ed in particolare i fondovalle erano abitati fin dalle epoche preistoriche e i villaggi spesso sorti in luoghi alti e dominanti permettevano di proteggere le sue genti da guerre e carestie, inoltre i passi ed i valichi alpini fungevano da importanti nodi di comunicazione tra il Nord Europa ed il Mediterraneo.
Gli abitanti della montagna di allora sapevano inoltre sfruttare in modo ottimale le caratteristiche e le potenzialità della loro regione, riuscendo a sopravvivere in ambienti spesso ostili. L’economia di montagna era in armonia con gli ecosistemi locali ed era in grado di portare ricchezza alla sua gente attraverso l’esportazione del bestiame e formaggio, alla produzione di materie prime (minerali e legno) e alla realizzazione di un artigianato specifico.
Il turismo non era ancora arrivato ma a partire dal XIX secolo, durante la Belle Epoque, le regioni alpine conobbero per la prima volta un importante afflusso di visitatori, in particolare arrivarono i primi esploratori, viaggiatori, filosofi e pittori principalmente inglesi e tedeschi attirati dalle bellezze naturalistiche e per studiarne gli aspetti botanici, ecologici e geologici.
Questi viaggiatori erano tuttavia personalità fuori dal comune, che emergevano dal loro contesto sociale. I viaggi naturalistici e di svago, intesi come popolare attività del tempo libero, si svilupparono solo a partire dai primi del XX secolo, nell’ambito del progresso nei viaggi di massa facilitati anche dalla costruzioni di infrastrutture ferroviarie, stradali e ricettive-alberghiere. Solo dalla metà del XX secolo, tuttavia, i viaggi su scala planetaria non furono più un privilegio riservato ad una classe elitaria e grazie al boom economico di quegli anni iniziarono anche per le Alpi il vero sviluppo del turismo alpino e vacanziero. Con l’avvento del turismo molte località e regioni si sono di certo arricchite, portando benessere ai loro abitanti assieme a servizi, strade e commercio. A farla da padrone è stato e lo è ancora il turismo invernale legato allo sci alpino in primis che ha portato l’Arco Alpino a diventare insieme al litorale mediterraneo una delle principali regioni turistiche d’Europa.
Purtroppo tutto questo non ha portato solo ricchezza e benessere; dopo le grandi speculazioni degli anni Sessanta e Settanta ci si è accorti che qualcosa nel modello di sviluppo andava storto.
La montagna con il suo ambiente era la prima ad essere danneggiata insieme ad una qualità della vita della gente che vi abita in deciso peggioramento. Il traffico veicolare sempre più asfissiante lungo le valli provocato anche dalla costruzioni di grosse arterie, l’urbanizzazione selvaggia, il progressivo abbandono dell’agricoltura e quindi della gestione del territorio, il paesaggio sfregiato da opere e disboscamenti per i piloni e le seggiovie ed i più recenti sfruttamenti a scopo energetico (dighe, centrali idroelettriche, elettrodotti e pale eoliche) hanno messo sotto pressione le nostra amate montagne.
Oggi l’intera regione alpina è appunto in bilico tra una struttura economica legata ad un agricoltura di montagna in declino e da un turismo parzialmente saturo.
Questo spazio di maestosa e naturale bellezza, oggi vitale ed economico rischia di diventare il retroterra degli agglomerati urbani presenti nelle vicinanze (pensiamo a Milano, Torino e la Val Padana a sud oppure Monaco, Vienna, Lione, Zurigo e le grandi città a nord). Le grandi città che le circondano sia a Nord che a Sud sono infatti potenti attrattori economici e sociali in grado di dare prosperità e benessere, portando l’area di montagna ad essere emarginate anche da un turismo che nel XXI secolo sta cambiando, attratto sempre più da destinazioni internazionali e/o esotiche dai prezzi più competitivi. Il rischio è accresciuto in questi ultimi anni con la nascita della Macroregione Alpina come strategia di gestione Europea a livello locale, comprendente oltre che l’Arco Alpino vero e proprio anche le regioni amministrative limitrofe e fortemente urbanizzare italiane, tedesche, austriache, svizzere e francesi. Rischio che sarà concreto nel caso in cui le politiche di gestione del territorio siano esclusivamente nelle mani della popolazione metropolitana dando appunto un impostazione ed un approccio ai problemi diverso e sbilanciato verso le città.
Resta il fatto che comunque il futuro delle economie alpine dipende in ampia misura dal turismo in grado di generare un ambiente in cui vivere e lavorare. Inoltre le Alpi sono particolarmente indicate ad essere un modello in ambito europeo per una concezione regionale di un’economia sostenibile. A causa delle particolari condizioni naturali e dei cambiamenti climatici in atto, gli errori di gestione in un’area ecologicamente sensibile come le Alpi hanno infatti conseguenze più rapide e catastrofiche rispetto alle regioni di pianura. Sono quindi necessari interventi correttivi più tempestivi e una prevenzione più accurata.
La ricetta futura sarà quindi sviluppo sostenibile assieme ad un turismo di qualità.
Se con l’effetto Tomba e Compagnoni lo sci alpino era diventato il prodotto trainante del turismo alpino nazionale, oggi è necessario rivedere le politiche di settore.
Per esempio il turismo invernale nelle Alpi è unilateralmente orientato allo sci, perciò dipende fortemente dalla neve.
In talune zone come per esempio Valle d’Aosta e Dolomiti si è assistito ad uno dei maggiori sviluppi nel settore degli impianti a fune che ha fatto dimenticare per alcune decine di anni i disagi, la povertà e la crisi occupazionale tipica delle terre alte.
Tuttavia in tempi recenti, sia per l’eccessivo sfruttamento del territorio dovuto al sempre crescente numero di impianti di risalita e conseguentemente alla speculazione edilizia, sia per la congiuntura economica non favorevole al progredire di questa costosa pratica sportiva, sia per la riduzione di domanda legata all’invecchiamento e alla diminuzione del popolo degli sciatori, aiutata poi da una diminuzione delle precipitazioni nevose, la situazione è notevolmente cambiata ed il settore appare se non in crisi in stagnazione.
La mitigazione al problema non potrà comunque essere l’innevamento artificiale. Il consumo d’acqua per l’innevamento è immenso e non è affatto certo che la quantità d’acqua disponibile sia sufficiente a coprire il fabbisogno anche perché in futuro potrebbe esserci troppa acqua d'inverno ma troppo poca d'estate. Tali cambiamenti avranno quindi delle ripercussioni sull'agricoltura e sulla selvicoltura, ma anche sull'economia dell'acqua.
Lo sviluppo sciistico porta poi come conseguenza, anche voluta, ad una speculazione edilizia non sostenibile.
In molte località di villeggiatura esistono ormai un numero estremamente elevato di abitazioni adibite a seconde case (per altro vuote gran parte dell’anno) che occupano estese porzioni di territorio con conseguente criticità legate all’aumento degli oneri finanziari derivanti dal potenziamento dei servizi idrici e fognari e non ultimo l’aumento del valore degli immobili e del terreno provocando l’espulsione della popolazione residente dal mercato locale delle abitazioni.
Una strategia per le aree coinvolte sarebbe pertanto la riduzione della dipendenza dalla neve e dallo sci, integrando l’offerta turistica da un lato e puntando ad un turismo distribuito nelle quattro stagioni dall’altro. Si tratta di adottare la cosiddetta strategia multifunzionale legata alla differenziazione dell’offerta turistica.
La ricetta per il futuro del turismo montano dovrebbe includere almeno questi 7 punti principali: dare un alternativa sportiva alla pratica dello sci alpino, valorizzazione del patrimonio naturale e culturale, sviluppo di una comunità locale accogliente con la creazione di un “Paese Albergo” o “Albergo Diffuso” per permetterebbe anche di recuperare il patrimonio residenziale esistente, valorizzazione dei percorsi storici, valorizzazione della filiera turistica integrata con le filiere del legno e dell’agro-alimentare per la promozione del turismo alpino nelle stagioni intermedie (primavera, autunno), mobilità alternativa a tutela del clima, in particolare servizi navetta, taxi per gli escursionisti e skibus gratuiti, veicoli elettrici, e-bike, auto ecocompatibili a noleggio, uso integrato del treno, vacanze benessere per rendere più appetibile la località agli amanti del riposo e del benessere psico-fisico.

I nuovi concetti fondamentali da seguire saranno quindi: agricoltura, turismo a passo lento, destagionalizzazione e cultura tradizionale. Ovviamente tutto questo sarà possibile soltanto se questi nuovi processi di sviluppo saranno supportati da una volontà politica quantomeno locale in grado di concretizzare i bisogni e gli input che vengono proposti loro.

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